Banana Yoshimoto
In quest'ultimo mese ho letto tre libri della scrittrice giapponese. Confesso di averli scelti per assicurarmi una lettura facile, veloce, spensierata..confesso anche che non mi hanno fatta impazzire! L'unico che ho amato è Kitchen, per questo sarà l'unico che recensirò. Per dovere di cronaca cito anche gli altri due : " Tsugumi" si prospettava come un libro in cui rivivere le estati adolescenziali, in realtà l'ho trovato inconsistente, piatto, basato sul nulla.." Amrita" inizialmente mi aveva conquistata, ma sarà perchè non amo troppo le storie di spiriti, dopo una cinquantina di pagine ho inziato a trovarlo noioso..naturalmente è solo la mia opinione..
Kitchen: dalla quarta di copertina. " ..romanzo sulla solitudine giovanile.." Mikage rimane sola al mondo dopo la morte della nonna, si trova improvvisamente a vivere in una casa troppo grande dove spesso è soffocata dai ricordi..pian piano sprofonda in una triste malinconia, che la porta a isolarsi dal mondo e, soprattutto, a vivere quasi esclusivamente in cucina. Mikage dorme ai piedi del frigorifero. Ha sempre amato le cucine, trova che siano lo specchio delle persone che vivono la casa; in quel luogo la solitudine sparisce e si sente parte del mondo. A salvarla dalla depressione arriva Yuichi, giovane amico della nonna scomparsa, che le propone di andare a vivere a casa sua..Mikage è pronta per trovare una nuova famiglia..
Nel libro è presente anche un racconto, Moonlight Shadow, dolce descrizione del dolore di Sastuki, giovane ragazza che ha perso il grande amore della sua vita..storia triste, che regala però anche una piccola speranza in quel che sarà...
L' amore è sempre stato di bocca buona riguardo ai primi alimenti. Le prime conversazioni dell'amore somigliano agli omogeneizzati dei bambini. Non importano gli ingredienti tanto è di altro che si parla. L'amore sfida le leggi della dietetica, si nutre di tutto e un niente lo nutre. Si son viste autentiche passioni nate da conversazioni così povere di proteine da reggersi a stento in piedi."
Sign. Malaussene -Daniel Pennac-
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La casa al mare
le sabbie
che si accumulano negli angoli della stanza
si depositano
anno dopo anno
sino a che
non arriverà l'onda
che spazzerà via la casa al mare
e il mare
si riprenderà ciò che è suo.
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[pubblico questa recensione sia qui che sul mio blog]
Un bel giorno in un ospedale di Detroit viene al mondo Calliope, una paffuta bambina di origine greca (i nonni sono venuti in America tanti anni prima, dopo che dovettero abbandonare la loro terra natia, vicino Smirne, perché i Turchi ne presero possesso). Questa bambina era veramente bella, aveva tutto quello che deve avere una bimba, con un bel ricciolo rosa fra le gambe. Il problema è che oltre a quello, nascosto dove non si poteva vedere, c’era anche altro.
Eh sì, perché Callie è un ermafrodito, cosa veramente rara ma che ogni tanto accade, soprattutto fra chi proviene da piccoli villaggi dove ci sposa spesso e volentieri fra parenti. Quindi a un certo punto della sua vita Calliope scopre di essere in realtà Cal, e la bambina diventa, nella pubertà un maschio, quello che in realtà, geneticamente, è sempre stato. Solo con i genitali esterni femminili e qualcosa che spunta...
Ok, credo di aver chiarito abbastanza bene il punto di partenza di questo libro. Tanto non vi ho svelato nessun mistero. Il libro di Jeffrey Eugenides (vero talento letterario che dopo dieci anni da Le vergini suicide ha pubblicato il suo secondo romanzo) è un libro che vi stupirà raccontandovi non solo la trasformazione di Calliope in Cal ma le vicende della sua famiglia, che partono dai nonni Desdemona e Lefty, nel loro piccolo villaggio, di come i due si innamorano e di come decidono di sposarsi anche se fratelli. Allora un piccolo gene, che passa di generazione in generazione ma resta recessivo si sveglia, senza che i due, poveri contadini montanari, possano saperlo.
Questa è una storia di trasformazioni continue: la storia di Cal/Calliope è solo la conclusione della trasformazione di una famiglia greca in americana, della trasformazione di una città, di un’epoca, di un’intera nazione, dei rapporti interrazziali, della ribellione dei figli verso i padri negli anni ’60 (e non potrebbe essere una ribellione anche quella di Cal, in fondo? Una ribellione alla normalità della natura).
Middlesex è scritto in maniera da rendere le vicende della famiglia Stephanides avvincenti, di trasformare una storia di immigrazione e di successo in una riflessione sulla vita e sulla morte (che incombono sempre, e i greci con la loro tradizione millenaria lo sanno bene). Le trasformazioni psicologiche e biologiche di Calliope nel suo percorso di scoperta di sé spingono a porsi domande sulla natura umana, sulla psicologia che si forma da bambini quando si diventa maschi o femmine per convenzione sociale (nel caso del protagonista sicuramente), quando si entra a far parte di una società con le sue regole, e qualcosa di inaspettato e di incontrollabile le sconvolge. Al centro c’è l’uomo, inteso come essere umano, la macchina più complicata che c’è, con le sue pulsioni, i suoi amori, i sentimenti. Sullo sfondo scorre la storia, e chissà se sia più importante la grande storia o quella personale, individuale, che diventa esempio di come ognuno cerca sempre la sua strada, cerca sempre di capire la sua natura, quello che accade a se stessi.
Middlesex alla fine è uno di quei libri che lasceranno il segno nella memoria, scritto benissimo, pieno di trovate narrative e perfino di colpi di scena (alcuni annunciati, ovviamente). C’è un po’ un tono da tragedia greca dietro, ma c’è anche commedia: le due facce della stessa maschera che permeano la vita di tutti. Certo, questa in particolare di storia è un pochino più rara, ma a questo servono i bei libri, a raccontare storie che nel loro essere estranee alla vita della maggior parte delle persone che li leggono alla fine parlano comunque di noi.
[nessuno me ne vorrà se posto qualcosa che già ho pubblicato sul mio blog parecchio tempo fa, ma questo libro e questo autore mi stanno tornando in mente, anche perché mi aspettano Il condominio e Il mondo sommerso]
«Il matrimonio tra ragione e incubo che ha dominato il ventesimo secolo ha generato un mondo sempre più ambiguo. Il paesaggio delle comunicazioni è attraversato dagli spettri di sinistre tecnologie e dai sogni che il denaro può comprare. Sistemi d’armi termonucleari e pubblicità televisive di bibite coesistono in un mondo sovrailluminato che ubbidisce alla pubblicità e agli pseudo-eventi, alla scienza e alla pornografia. Alle nostre vite presiedono i due grandi leitmotiv gemelli del ventesimo secolo: sesso e paranoia. Né la soddisfazione di McLuhan per i mosaici informativi ad alta velocità può farci dimenticare il profondo pessimismo espresso da Freud in Il disagio della civiltà. Voyeurismo, disgusto di sé, la base infantile dei nostri sogni e dei nostri desideri – questi mali della psiche sono ora culminati nella perdita più atroce del secolo: la morte del sentimento.
Questa dipartita ha spianato la strada a tutti i nostri piaceri più concreti e delicati – quelli delle delizie del dolore e della mutilazione; del sesso come arena perfetta, come brodo di coltura di sterile pus, per tutte le veroniche delle nostre perversioni; della libertà di attendere alla nostra psicopatologia come a un gioco; dell’illimitatezza delle nostre capacità di concettualizzazione. Ciò che i nostri figli hanno da temere realmente non sono le autostrade del domani, bensì il nostro sottile piacere nel calcolare più eleganti parametri delle loro morti».
J. G. Ballard – Postfazione a “Crash”
Chi si dovesse chiedere quale sia il significato di un libro come Crash, libro scritto nel 1973, può leggere la postfazione allo stesso libro, scritta dal suo autore nel 1974, di cui ho riportato il brano iniziale.
Crash è un romanzo che il suo stesso autore definisce di fantascienza e pornografico.
Il romanzo racconta le vicende di una serie di personaggi che risolve la propria vita nei suoi atti sessuali, a cominciare dal narratore e protagonista, James Ballard (ma non credo che il romanzo sia autobiografico; forse solo a livello metaforico, ma non è importante). Dopo uno o più incidenti d’auto i protagonisti per continuare a “vivere” si attaccano in maniera morbosa all’oggetto dei loro guai, l’automobile appunto, su cui riversano ogni frustrazione ma anche ambizione sessuale. L’automobile diventa metafora del mondo moderno, simbolo della sua tecnologia con la quale entriamo quasi in simbiosi quotidianamente. E da qui nasce anche la morbosa passione per le morti in auto famose (James Dean, Kennedy, ecc.), tema che Ballard aveva già sviluppato in La mostra delle atrocità (che può considerarsi un prologo e un compendio teorico a Crash), in cui l’autore (soprattutto nelle note, che rendono il libro leggibile, sennò non lo sarebbe) spiega le relazione fra la tecnologia, i media, i personaggi dei media e che fanno parte del nostro immaginario, e quindi come si forma il nostro immaginario.
È un romanzo fantascienza, Crash, anche se non parla di astronavi, alieni, mondi virtuali ma di incidenti d’auto, di amplessi, e delle nostre paure inconsce che vengono esorcizzate nel connubio fra la tecnologia e la materia umana più ancestrale, il sesso, che prelude ad una fusione dell’uomo con la tecnologia. È un romanzo di fantascienza perché il suo autore ha cominciato con la fantascienza ed è da considerarsi il massimo esponente della new wave, che molto ha contribuito a sdoganare la fantascienza (al punto che chi non conosce Ballard e non legge la suddetta postfazione difficilmente interpreterebbe questo romanzo come un romanzo di fantascienza).
Ma il suo essere un romanzo fantascientifico sta proprio nel descrivere una vicenda assolutamente irreale (forse iperreale) in cui l’autore parla della nostra epoca, delle nostre paure, e del modo in cui viviamo il nostro mondo. Ed è un romanzo fantascientifico per quello che si è detto, per il suo proclamare un connubio fra la tecnologia (nello specifico l’automobile, ma il discorso è più generale) con la fisicità dell’uomo, che si realizza in tutta una serie di atti sessuali, realizzati in auto, più o meno devianti. E questo aspetto (la fusione, seppur a livello metaforico, dell’uomo con la tecnologia) fa comprendere perché Ballard venga spesso e volentieri citato come uno degli autori a cui il cyberpunk ha guardato di più e lo cita come modello.
È un romanzo pornografico… beh, lo avrete capito il perché. Il romanzo descrive tutta una serie di atti sessuali da un punto di vista meramente meccanico, come una serie di ingranaggi e di liquidi che entrano in contatto: non c’è sentimento, non c’è umanità, è la vita moderna stessa ad essere “pornografica”.
spezza ogni istante
dividendo infinitamente
associa a tale frammento la scelta di
cosa fare essere dire pensare mangiare amare stare
in quel frammento di tempo
prendi per mano l'angelo
e provocatoriamente vai oltre
o prendi per mano il mostro
e distrattamente siediti
scegli in ogni istante
la scelta di prima non conta
la scelta di domani non esiste
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JONATHAN COE: "CIRCOLO CHIUSO"
Premetto: sono spudoratamente di parte..amo Coe, l'ho amato in tutti i suoi libri, a partire dalla Casa del sonno. Ora ho divorato anche questo, che altro non è che la continuazione della Banda dei brocchi. Ho aspettato anni per sapere come si sarebbero concluse le vicende del gruppo di amici, abitanti di Birnigham, vicende segnate a volte dalla tragedia, ( come la scomparsa della sorella di Claire), e a volte dall'ironia tipica di Coe..In questo libro ritroviamo i protagonisti invecchiati, hanno dei figli, un po' di pancetta, e la malinconia tipica di chi non ha realizzato i sogni di bambino.Per chi ha letto il primo libro fa quasi tenerezza ritrovare i protagonisti, sapere che alcune storie si sono intrecciate dando luogo a famiglie, e che altre storie d'amore sono finite, lasciando amarezza e depressione. Ironico, coinvolgente, Coe non abbandona l'abitudine di dedicare ogni capitolo a storie diverse, creando anche un po' di suspence..L'attesa tra una pagina e l'altra sarà ripagata..
Da leggere solo dopo la Banda dei Brocchi..però da leggere!!
[questo post è pubblicato anche
qui]
Questo libro di Matthew Sharpe è un libro strano, strano per il modo in cui l’ho letto e per l’effetto che mi ha fatto. All’inizio non partiva proprio, scorreva piatto, non mi piaceva, poi piano piano, complice l’ozio estivo e una domenica in casa passata senza fare niente, se non leggere, appunto, arrivato quasi alla fine devo dire che la seconda parte del libro invece è diversa. Non so, forse conta anche lo spirito con cui si legge un libro: magari lo si inizia con grandi aspettative perché se ne è sentito parlare bene e poi si è delusi; poi ci si fa l’idea che il libro non piaccia, che non sia un granché, e allora se si continua a leggere si scopre che non è male.
Gli Schwartz sono una famiglia strana e normalissima allo stesso tempo. Genitori divorziati, figli adolescenti in crisi esistenziale, che si manifesta nella spigolosità del carattere di Chris, alla ricerca disperata della prima esperienza sessuale, e nella crisi di identità di sua sorella Cathy, ebrea che vuole seguire a tutti i costi una strada di virtù e diventare cattolica, solo per riempire e dare significato alla sua vita, ma poi troverà altro, a dare significato.
La madre, Lila, è una donna egoista, che considera la famiglia qualcosa di oppressivo e che passa da un’amante all’altro, dopo che ha lasciato il marito. Bernie, il padre, è un uomo forse mediocre, depresso per essere stato lasciato e che un giorno entra in coma, e ne uscirà con la capacità espressiva di un bambino che deve imparare di nuovo tutto. In questa famiglia entrano ed escono altri personaggi, che finiscono in un modo o nell’altro per ruotare intorno alle vicende, alle nevrosi e alle fissazioni di questa strana e normalissima famiglia (sì, lo so, l’ho già detto), in cui alla fine, volenti o nolenti i ragazzini crescono e a modo loro pure Bernie e Lila.
È un libro che, per quello che ho scritto all’inizio, non saprei se consigliare o no, fate voi. Alla fine facendo una media posso dire che il mio ago della bilancia propende leggermente di più verso il “piace”. È un libro comunque ironico, che riflette sulla famiglia come nucleo familiare che non è più un nucleo, ma forse una serie di collegamenti su cui si inseriscono altre persone. Alcune cose sono davvero divertenti, come le fasi della riabilitazione di Bernie ad opera di Chris, che si sostituisce alla logopedista ninfomane. È un libro che va un po’ a salti, almeno nella mia impressione e per i miei gusti, vorrebbe essere ironico ma spesso è troppo serio, e quando vorrebbe essere serio diventa invece sarcasticamente buffo (chissà che vuol dire, però mi è venuta così).
Un libro sull’amicizia. Ok, lo so, non è il primo e non sarà nemmeno l’ultimo! Però è un libro interessante, divertente, che in alcuni passi fa persino riflettere, in altri ridere, in altri, niente, mica si può avere tutto.
Non lo definirei un capolavoro questo Quattro amici, dello spagnolo David Trueba, però un libro piacevole, che come qualcuno ha detto, ben si adatta ad un clima vacanziero. È un libro lieve, e questo è un complimento dal mio punto di vista, un libro che si legge in poco tempo perché in fondo le vicende raccontate sono quelle vissute un po’ da tutti. Ed è facile immedesimarsi in qualcuno dei personaggi, a turno, perché poi, alla fine, se si fa un bel cocktail si ottiene un unico personaggio, l’Amico.
Il libro comincia ponendo il dubbio sull’effettiva solidità ed importanza dell’amicizia, che sia un sentimento ed un rapporto sopravvalutato? Ma si chiude affermando che se non ti fa sentire meno solo, quando niente va come vorresti nella tua vita, l’amicizia è qualcosa che ti rende il viaggio più leggero.
È un libro che ruota tutto intorno ai quattro personaggi principali, un libro che oscilla fra la commedia e la lacrima, dove alla fine si ride o si sorride delle vite incomplete dei quattro amici; quella di Solo, oppresso dal successo e dalle ambizioni dei genitori, nonché dalla loro modernità nel lasciarlo fare le sue scelte, e soprannominato Solo, per l’appunto, perché in fondo è un gran solitario, e alla ricerca di comprendere che fine ha fatto il suo amor perduto; Blas, oppresso dalla sua obesità e dalla sua inesperienza con le donne; Raùl, sposato con due gemelli ma del tutto impreparato per la vita coniugale in cui si è ritrovato quasi per caso; Claudio, playboy e scopavecchie (ma non sarà l’unico), che si accontenta della sua vita, che almeno gli da indipendenza, ma in fondo anche lui non se la passa troppo bene.
Un viaggio, probabilmente l’ultimo, fra quattro amici da sempre, della mia età, più o meno, alla ricerca di divertimento, sesso, avventura, ma troveranno ben altro, perché la vita è diversa dai film o dai romanzi. Ma con una certezza, quella di dover crescere, comunque e sempre.
Un libro, come detto, non eccezionale, ma comunque leggibile, a tratti interessante, dipende da quanto potrete immedesimarvi in uno dei personaggi. Però alla fine, a seconda dell’umore con cui lo leggerete, un po’ tutti e quattro con le loro miserie diventano reali, forse talmente tanto da farci allontanare e distaccare. E a quel punto vediamo meglio le cose.