Evasioni

Quello che leggiamo, vediamo, ascoltiamo e che vorremo leggere, vedere, ascoltare... e se anche tu desideri farne parte basta scrivermi in privato.

Eccomi
Utente: zoestyle
Nome: zoe

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Se riesci a scrivere le meraviglie del tuo paradiso nella materia del tuo cervello magari non trasporterai nella tua testa la loro realtà miracolosa, ma la loro forza, quella si.

-Metafisica dei tubi, Amelie Nothomb


Tutti ricreiamo il mondo come lo vediamo, lo guardiamo. -A.S. Byatt -



*QUI i miei libri*

Quando penso a tutti i libri che mi restan da leggere, ho la certezza di essere ancora felice. - Jules Renard -


Detesto l'interrogatorio da cuori solitari. Quindi non contattami. Se vi va leggete il mio blog se non vi va, lasciate pure perdere che avete tutto di guadagnato.
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lunedì, 30 gennaio 2006
Casino Totale (Jean-Claude Izzo)

Casino totale (Jean-Claude Izzo)

Per come scrive, Izzo mi ricorda molto Dazieri ed il Carlotto di “arrivederci amore ciao” o de “il fuggiasco”. Io le chiamo frasi a “soggetto verbo complemento”. Quelle brevi e glaciali. Durissime… 


Questo libro è il primo di una trilogia noir che ha reso famoso Izzo.  La storia è ambientata a Marsiglia nei giorni nostri ma con un prologo legato a venti anni prima. In realtà tutto mi ricorda molto la Milano della fine degli anni 70… e nonostante le descrizioni siano precise ed assolutamente legate al luogo e soprattutto all’ambiente del porto marsigliese… non riesco contemporaneamente a non immaginarmi la milano di quegli anni… (che conosco solo perché me l’ha raccontata lo Scardo). 


Il protagonista è un poliziotto, Fabio Montale, l’ultimo rimasto di un gruppo di amici problematici e mediamente delinquenti. La storia inizia con uno di questi, Ugo che torna a Marsiglia per vendicare Manu l’amico giustiziato dalla malavita ma, preso in trappola, morirà anche lui delegando a Fabio il compito di fare finalmente giustizia. 


Il libro ripercorre la storia passata di questi tre delinquentelli marsigliesi innamorati della stessa donna: Lole… e nonostante negli anni le strade li porteranno di dividersi ed a perdersi, questa amicizia rimane una traccia indelebile dentro di loro… non cancellabile nè dimenticabile tanto quanto l’amore infelice di Manu, quello non voluto di Ugo e quello mai potuto di Fabio…

Postato da: sidgi a 09:46 | link | commenti | (popup) commenti

Categoria: noir


lunedì, 30 gennaio 2006
La simpatia per il signore e la signora Vendetta

Ancora una volta ripropongo qui un post pubblicato da me.

Un paio di film, una volta tanto. Ricorderete che amo moltissimo il film Old Boy, del coreano Park Chan-Wook (di cui vi ho detto a giugno sul mio blog), quindi non posso non consigliarvi di andare al cinema a vedere Lady Vendetta, sempre dello stesso regista, che completa la trilogia della vendetta di questo autore asiatico, iniziata con Mr. Vendetta, che trovate invece in DVD.

Si tratta di tre film comunque separati, quello che li unisce è il filo di sangue della vendetta, e le tragedie e le bassezze umane che portano una persona a trasformarsi e a cacciare fuori i suoi peggiori istinti, o forse i migliori, dipende dal punto di vista assunto.

Iniziamo dall'ultimo, Sympathy for Lady Vengeance. Guem-Ja è stata 13 anni in carcere perché ha commesso un delitto di quelli che scatenano i media: ha rapito e ucciso un bambino. In carcere è stata una detenuta modello, soprattutto per le compagne che hanno imparato ad amarla per l'aiuto dato loro in ogni circostanza e per i comportamenti che le hanno creato una sorta di aura di santità. Fuori dal carcere, dopo 13 anni a studiare la propria vendetta, è tutto diverso, e Guem-Ja sembra essere un'altra persona, forse un po' cinica e malvagia o forse si porta soltanto dentro qualcosa, ed è allora buona: una colpa, quello sì, un torto fatto ma soprattutto uno enorme subito. Inizia la vendetta, che sarà corale, e che spingerà davvero lo spettatore a chiedersi, io che avrei fatto? E' una risposta che spero nessuno si debba mai trovare a dare (la domanda la ometto, sennò vi racconto troppo nel caso lo vogliate vedere!).
Il giudizio su questo film? Buono, molto buono, sicuramente: la storia procede un po' a salti, per frammenti, alcune cose sono decisamente surreali ma alla fine regge, secondo me. Da un punto di vista puramente cinematografico, beh, Park si dimostra un regista decisamente capace con sequenze che sono davvero un piacere per gli occhi sotto ogni aspetto.


Ma la signora vendetta c'entra qualcosa con il signor vendetta? Sì, perché è facile immaginare che ci siano una vendetta maschile ed una femminile, che vanno a braccetto e sono marito e moglie. Però Sympathy for Mr. Vengeance è, come detto, un altro film che si fa vedere anche senza aver visto gli altri (in fondo è il primo, io invece l'ho visto per ultimo in questi giorni). E' un film per certi versi più semplice dei successivi, più lineare, sia nella storia che dal punto di vista tecnico-formale (c'è qualche virtuosismo in meno da parte del regista, diciamo) però il giudizio è comunque buono: per una mia personalissima graduatoria Old Boy è sopra e gli altri due li metto alla pari (Park pur trattando temi in qualche modo vicini, realizza comunque tre film in cui questo tema della vendetta porta con sé domande differenti che vengono poste anche, e soprattutto, allo spettatore).
Ryu è un ragazzo sordomuto che vive con la sorella in attesa di un trapianto di rene determinante per permetterle di sopravvivere. Ryu però da una parte è un ingenuo, dall'altra è sempre troppo avventato nelle sue decisioni (e ci metterei pure che è una delle persone più sfigate della Terra). Per aiutare la sorella cerca prima di comprare un rene al mercato nero (in cambio di un suo rene: ovviamente lui viene fregato e ci rimette un organo senza guadagnarne uno per la sorella) e poi di trovare i soldi per l'operazione rapendo la figlia di un industriale. Ogni cosa faccia il ragazzo innesta degli eventi a catena negativi che hanno come unico risultato la morte. E ad una morte segue una vendetta. Solo che se le morti sono più di una le vendette sono diverse, e si incrociano.

Postato da: PhilipDick a 08:20 | link | commenti | (popup) commenti

Categoria: cinema


giovedì, 26 gennaio 2006

THE NEW WORLD

E c’è tutto il Malick che conosciamo. I grandi campi lunghi. L’erba mossa dal vento. Il cielo. La voce fuori campo, come riflessione/pensiero del personaggio inquadrato. Un primo tempo lentissimo. Un secondo appena più movimentato dal muoversi di vari eventi. Un film bello, che – secondo me - va visto, ma sapendo che è un film molto lento. Dissento su Colin Farrell, brava ma non mi sfagiola, e anche Christian Bale, più per una mea culpa, che me lo fa collegare a Patrick Bateman o a Batman; sue precedenti interpretazione. Per contro la principessa è molto brava. A me, dopo averlo visto resta una riflessione, poco cinefila. Più sul personale semmai.
Essere il grande amore, non paga!
saluti

Postato da: andrea66 a 09:32 | link | commenti (3) | (popup) commenti (3)

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mercoledì, 25 gennaio 2006

Joyeux Noël

Questo è un gioiellino: commovente e toccante. Trattando temi che ogni animo sensibile conosce, o su cui almeno una volta si è fatto delle domande, è di una delicatezza sopraffina.
La notte di natale del 1914. Suonano le cornamuse gli scozzesi. Nella trincea tedesca, un tenore reclutato come soldato semplice, ritorna per cantare ai commilitoni in compagnia della sua compagna: un soprano. Alla fine tutti si riuniscono Prussiani, Francesi e Scozzesi decidono un cessate il fuoco per quella notte di Natale e si scambiano whisky, champagne, cioccolata…
L’indomani fanno anche una partita a pallone; si scambiano ospitalità, per evitare i bombardamenti, nelle trincee reciprocamente. Si concedono il recupero e la sepoltura dei morti rimasti in territorio neutro. E c’è questa cosa simpatica della sveglia del soldato francese, che suona alle dieci, ora in cui prende il caffè la madre. E anche il “dramma” del gatto chiamato con due nomi diversi: Nestor dai francesi e Felix per i prussiani. Non dico altro, il film è magari non perfettissimo e ci si può trovare qualche cosa di gratuito, seppur da pensarci un po’ su (si veda la scena del prete anglicano con il suo superiore verso la fine del film) ma il consiglio è: vedetelo!

saluti

Postato da: andrea66 a 08:31 | link | commenti | (popup) commenti

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martedì, 24 gennaio 2006
Una lunga recensione per sentire spirare lo scirocco

Pubblico anche qui questo post, dopo averlo fatto già sul mio blog. Buona lettura, PhilipDick.

Prendete tre amici, militanti di sinistra negli anni '70: ora, nel 1998, uno (il narratore, di cui non sappiamo il nome) fa l'investigatore privato per tirare avanti, del tutto disilluso sulla bontà o meno delle persone e del mondo, ma è anche tanto ingenuo; un'altro, Andrea fa il poliziotto, ma è un poliziotto strano, che fa il suo lavoro, ma non fa "squadra", parla poco, pensa molto; l'ultimo, Cristiano, legge Manzoni, tanto ha parecchio tempo visto che è in galera a scontare una condanna per un omicidio politico. I tre si sono persi per strada, hanno sciolto il laccio che li teneva assieme, ma dopo tanti anni si ritrovano di nuovo sullo stesso fronte, e i lacci sono più forti e stretti di prima.

A questi tre aggiungete un ex partigiano comunista con tanta grinta ma con un tumore, un prete che sa come menare la mani quando serve, una puttana d'alto bordo, un hacker nichilista, un giornalista gay, un barbone ex alcolista che va avanti a chinotti, ed avrete la banda che Girolamo De Michele racconta in Scirocco, romanzo che ho giusto finito pochi momenti fa. E che soddisfazione averlo letto: uno di quei libri che vorresti divorare in poche ore e che magari porti avanti qualche giorno in più per non rimanere senza una lettura così bella.

Perché De Michele realizza un noir perfetto, dove ogni elemento della trama va a formare un disegno complesso ma chiaro regalando pagine che tengono incollati, con colpi di scena, intrighi, tradimenti, morti ammazzati ma anche grandi sentimenti, amicizie, amori, sullo sfondo delle grandi trame italiane, dei grandi misteri che sono misteri per modo di dire come la strategia della tensione. De Michele costruisce allora un romanzo corale in cui tutti i suoi personaggi si legano in qualche modo alla storia italiana degli ultimi 30 anni (e anche più indietro, se è per questo), e questi perdenti della vita e delle ideologie si ritrovano a combattere una nuova guerra, quasi senza volerlo, in cui sullo sfondo si muovono nuovi burattinai, massoni e politici, pronti ad allargare il loro sguardo sullo scenario globale, sui Balcani e sul Medio Oriente.

Il narratore una sera fa due incontri che gli cambieranno la vita: rivede dopo tanti anni il suo amico Andrea in un cinema in cui danno "Ombre rosse" (vecchi patiti di western divisi da Clint Eastwood da una parte e da John Wayne dall'altra) e soprattutto incontra Lara, di cui modestamente mi sono innamorato anche io, oltre al protagonista del romanzo. Perché Lara è bellissima, con quella coda di cavallo nera, con gli occhi verdi e le gambe lunghissime, e poi è intelligente, simpatica, decisa ma non sa niente degli anni '70, come il suo amico hacker Ferodo, essendo nati dopo. Lara (in quei test stupidi in cui chiedono chi è il personaggio femminile preferito ora dirò sempre lei) fa un lavoro non proprio ortodosso, ma che importa, se ti dice "fottiti, stronzetto" come fa lei, chi potrebbe non innamorarsi?

Un vecchio regolamento di conti le cui ragioni risalgono a 50 anni prima, alla guerra civile fra partigiani e fascisti, su cui Andrea deve indagare innesca una serie di reazioni a catena in seguito alle quali i nostri protagonisti si trovano in una trama più grande di loro, una trama storica e politica che si svilupperà fino alla fine del romanzo, al cui centro sta una nave, una nave fantasma.

E allora che succede? Succede che dovete leggere il libro, per sapere come si svolge la storia, perché merita, e perché ve lo consiglio io (ci sarà un motivo se ho interrotto il silenzio, no?). Girolamo De Michele ha pubblicato il suo primo romanzo (Tre uomini paradossali, che ho già provveduto a comprare perché ora non so come fare senza i tre amici) grazie alla segnalazione che il gruppo dei Quindici (che fa capo ai Wu Ming) ha fatto all'editore, quindi si può dire che per pura fortuna, dopo saggi storici e filosofici, ha pubblicato i suoi romanzi. E per pura fortuna ho trovato io Scirocco, dopo che mi ci è caduto l'occhio in libreria: il mio fiuto raramente sbaglia.

Scirocco è un romanzo che fonde i toni noir con il thriller, il giallo, l'avventura, sullo sfondo storico e politico di cui si è detto, quello degli anni di piombo e delle stragi di Stato: sfondo che diventa di nuovo tremendamente attuale. Scirocco è un libro secondo me stupefacente, nel senso che mi ha stupito pagina per pagina: per la storia, di cui ho detto; per i personaggi, dipinti con una profondità e con una complessità psicologica (li si capisce e li si conosce con poche battute, sono caratterizzati benissimo: Lara su tutti...) veramente rare; per lo stile linguistico, che è del tutto adeguato ai tempi, con alcuni passaggi che risultano bellissimi anche solo da un punto di vista estetico (il capitolo "Verso il metallo urlante" è da rileggere più volte, secondo me, oltre che il riferimento a Moebius); per lo stile narrativo, per la capacità di creare sequenze narrative che si incastrano perfettamente, e se all'inizio si fatica leggermente per raccogliere i fili, poi risulta tutto limpido; per l'accuratezza nella descrizione di sapori, umori, luoghi, cibi, tutti italiani e per il modo in cui descrive bellezze e brutture del nostro paese (per chi conosce bene Bologna e Taranto probabilmente sarà un piacere leggere certi passaggi: purtroppo non ci sono mai stato); per la ricchezza delle citazioni (che avvicinano questo libro a quelli dei Wu Ming, oltre che per lo sfondo storico e la coralità del romanzo), molte fortunatamente le ho capite anche io: cinema, letteratura, fumetti (per questi ultimi, Enki Bilal, Neil Gaiman, Frank Miller, oltre a Moebius, gente di cui ho parlato nel mio blog), musica (la colonna sonora del libro è stupenda: fa venire voglia davvero di rileggerlo con quelle canzoni nelle orecchie).

Insomma, vi invito a sentire spirare lo scirocco, quello vero, tarantino (De Michele è tarantino di nascita), e quello metaforico che spira in segreto in Italia. Ne varrà sul serio la pena, secondo me.

Postato da: PhilipDick a 09:06 | link | commenti (1) | (popup) commenti (1)

Categoria: romanzi, noir


lunedì, 23 gennaio 2006
Rules of attraction  Roger Avary

Ci sono tante critiche, la maggioranza a sfavore. Lo avevo perso al cinema e l’ho visto in dvd.

Non ci si può esimere dal dire che le cicche di regia si sprecano a partire appunto dallo split-screen, oppure le citazioni di cinema, tra le quali pluriripetuta quella di Eyes wide shut di Kubrick.
In ogni caso io dico che a me, anche se in tante cose si può dissentire, il film è piaciuto.
Non posso entrare nei meriti delle deficienze d’ambientazione rispetto al testo di Bret Easton Ellis poiché questo è uno dei suoi titoli che non ho letto, ma se mi fermo alla pura e semplice visione del film (che non è poi sempre un sintomo di ignavia!) ripeto che non mi è dispiaciuto.
È tutto forse un po’ troppo sopra le righe (in tutti i sensi) ma alla fine non si ha la sensazione di aver buttato via del tempo; oppure ci si alza pensando: “che cazzata!”
In conclusione: lo salvo.
Segnalo per la riflessione la sequenza di stomaco della bella Lauren, che si porta in camera lo studente di cinematografia (come ripiego al suo prediletto) che la riprende fino allo spasimo.
Lei sviene e si risveglia mentre se la stanno facendo, lei gira l’occhio e vede che lo studente sta riprendendo. Se la sta facendo un altro, il quale ha un conato e le vomita addosso, praticamente in testa. Non per buonismo ma per riflessione, mi lascia pensieroso questa sequenza.
Saluti.

Postato da: andrea66 a 10:42 | link | commenti (5) | (popup) commenti (5)

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giovedì, 19 gennaio 2006

Il proiettile                                                             per Haruki Murakami

Sorseggiavamo il tè. Tra una raffinata riflessione e l altra
sulle probabili ragioni del successo
dei miei libri nel tuo paese. La conversazione
cadde sul dolore e l’umiliazione,
che tu trovi sempre ricorrenti
nelle mie storie. E sull’ elemento
della pura casualità. E come tutto ciò si traduca
in termini di vendite.
I miei occhi si posavano su un angolo della stanza.
E per un minuto tornai sedicenne,
che andavo in giro sbandando sulla neve
in una berlina Dodge anni Cinquanta con cinque
o sei tipetti e mandavo a farsi fottere altri ragazzi
che schiamazzando bersagliavano la nostra macchina
con palle di neve, ghiaia,
rami di un vecchio albero. Filammo via, gridando.
E stavamo per lasciar perdere.
Ma il vetro del mio finestrino era abbassato di otto centimetri.
Soltanto otto centimetri. Urlai fuori
un ultima oscenità. E vidi quel tipo alzare il proiettile
per scagliarlo. Rivivendo adesso la scena,
immagino di vederlo che arriva,
che fende l’aria mentre io sto a guardare.
Come i soldati della prima metà
del secolo scorso stavano a guardare i colpi
di mitraglia volare in loro direzione
rimanendo fermi, incapaci di muoversi a causa della terribile
fascinazione di cui erano preda.
Ma io non lo vidi. Mi ero già voltato
verso i miei amici per ridere.
Quando qualcosa mi battè contro un lato della testa con tale violenza
da rompermi il timpano e poi mi ricadde
intatto in grembo. Una palla di ghiaccio pressato
e neve. Il dolore fu enorme.
E così pure l umiliazione.
Fu terribile quando cominciai a piangere
davanti a quei tipi rozzi mentre quelli
gridavano: Che culo spaventoso!Che cosa fenomenale!
Una possibilità su un milione!
Il tipo che la scagliò dovette essere stupito
e orgoglioso di se stesso mentre riceveva dagli altri
urli e pacche sulle spalle.
Dev’essersi asciugate le mani sui pantaloni.
E deve aver ciondolato ancora un po’
prima di andare a casa per la cena. Crescendo,
ho avuto la sua parte di sconfitte e si è perduto
nella vita, come mi sono perduto io.
Non ha mai più pensato a quel pomeriggio.
Perché avrebbe dovuto?
Ci sono sempre tante altre cose a cui pensare.
Perché ricordare quella stupida macchina che scivolava
giù per la strada, che svoltava l angolo
e spariva?
Con gesto raffinato sollevammo le tazze da tè nella stanza.
Una stanza in cui, per un minuto, qualcos’altro era entrato.

                                                                                            Raymond Carver
                                                                                 Blu oltremare (Pironti editore)

Postato da: andrea66 a 07:07 | link | commenti (2) | (popup) commenti (2)

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mercoledì, 18 gennaio 2006
Murakami: Dance Dance Dance

Dance dance dance (Haruki Murakami) 

Mi è difficile commentare questo libro. La prima cosa che vorrei dire però è grazie grazie ed ancora grazie a Zoe che me l’ha consigliato! Un consiglio preziosissimo per il quale non le sarò mai grata abbastanza (il mio portafoglio un po’ meno visto che ho già comprato anche Tokyo Blues).

La cosa interessante è che avevo un fornitore giapponese in visita proprio mente lo stavo leggendo e così ho scoperto che Dance dance dance è l’ultimo libro di una quadrilogia, sfortunatamente apparsa solo in Giappone, che gira attorno all’ ”uomo pecora” … ecceloso che detto così può sembrare una stronzata ed invece Dance Dance Dance è un libro magnifico.

Nell’edizione Einaudi è presentato come un Noir Giapponese… nella realtà invece io l’ho trovato assai poco noir e molto romanzo. C’è tanto qui dentro… visioni oniriche e realismo. Amicizia ed amore… solitudini e sconfitte. Un romanzo di crescita personale perché quello che è importante, lo si impara leggendo… non farsi corrompere dagli eventi e continuare a danzare. Meraviglioso!!!

Postato da: sidgi a 09:44 | link | commenti (2) | (popup) commenti (2)

Categoria: romanzi


venerdì, 13 gennaio 2006
Manderlay = retorico.
Non aggiungo altro, se non che Bryce Dallas Howard è bella e brava.
Non è magnetica come Nicole, ma non la fa rimpiangere. Invece Caan
rendeva il gangster molto più veritiero del viso segaligno e serpentino
di Dafoe, molto più adatto a un killer psicopatico che un gangster.
Ovviamente sempre e solo secondo me.
Io direi che Manderlay sta a Dogville, come
Idioti sta a Le onde del destino/Dancer in the dark.
in matematica:
manderlay : dogville = idioti : onde destino/dancerdark.

saluti

Postato da: andrea66 a 09:40 | link | commenti (1) | (popup) commenti (1)

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giovedì, 12 gennaio 2006

[IL DIZIONARIO FELLINIANO]
di AnToNiO zOpPeTti
 


E' possibile misurare l'importanza di un artista dalle tracce che ha lasciato di sé nella lingua e nel dizionario? Non sto parlando dei tormentoni televisivi che poi vengono ripetuti e imitati da tutti nel tam tam orale della vita quotidiana... dalle battute di Zelig a quelle delle pubblicità più in voga. Sto parlando della lingua italiana, della lingua scritta, dei dizionari.

Ho provato ad applicare questo insolito approccio a un personaggio come Federico Fellini (1920-1993).
Avendo la fortuna di lavorare sulla scrittura e sulla lingua italiana utilizzando strumenti informatici, che se si sanno usare in modo intelligente consentono analisi linguistiche potentissime, ho provato a cercare "fellini" nel Devoto Oli in versione elettronica (cd-rom realizzato nel 1993). Naturalmente in un dizionario cartaceo non troveremmo mai il lemma "Fellini". Tuttavia, ricercando la parola non tra i lemmi, ma all'interno delle definizioni, e attraversando un dizionario in modo trasversale grazie al computer, ne escono magicamente 6 parole la cui etimologia o il cui uso deriva dall'opera del grande maestro del cinema. Poi, non ho fatto altro che misurarne le occorrenze all'interno di banche dati giornalistiche quali quelle dell'ANSA, per verificare che effettivamente venissero usate con una certa frequenza. Il risultato credo sia interessante.
Senza gli strumenti che abbiamo oggi a disposizione oggi, un articolo del genere sarebbe potuto uscire solo dalla testa di un rinomato linguista o di un esperto cinematografico di alto livello. Invece, grazie alla tecnologia che permette di estrarre le informazioni in modo trasversale e regala l'accesso alle informazioni a tutti, anche un ragazzo di 25 anni (questa era la mia età quando l'ho scritto) si ritrova in grado di assemblare delle informazioni che in altro modo sarebbero inaccessibili. E questa considerazione è molto più importante dei risultati che di seguito riporto, credo.

Felliniano, è già un aggettivo indicativo. Ma questo termine non si trova soltanto nell'accezione, banale, di seguace o ammiratore di Fellini. Felliniano indica un preciso e inconfondibile stile, un modo di dipingere e di caricaturare delle persone. Felliniana è l'atmosfera che caratterizza la poetica peculiare del regista, che si respira in tutti i suoi film e che si può adoperare per descrivere una scena assurda, esagerata o finta, come una situazione fellinana o una festa felliniana, per esempio. Oppure un personaggio felliniano, con le sue precise connotazioni caricaturali o ridicole; o ancora una donna dalle rotondità felliniane, espressione che evoca immediatamente le forme di Anita Ekberg in La dolce vita o ne "Le tentazioni del dottor Antonio", o ancora quelle ancor più esagerate della tabaccaia di Amarcord. 

Amarcord, girato da Fellini nel 1973, è una sentita rievocazione dei ricordi della propria infanzia a Rimini. Ed ecco un’altra parola che è entrata nella lingua italiana in seguito al successo di un film. Amarcord è una voce dialettale romagnola che letteralmente significa "mi ricordo". In seguito al grande successo della pellicola, questo termine è uscito poco a poco dal suo contesto regionale. Così "amarcord" è diventato sinonimo di ricordo carico di nostalgia, di rievocazione nostalgica del passato, di riflessione su "come eravamo".

Una sorte analoga aveva avuto anche il termine vitellone che non è stato di certo coniato da Fellini, ma proprio grazie al successo della pellicola I vitelloni (1953) è divenuto popolare e si è diffuso per indicare il personaggio del giovane provinciale, incapace di emergere come vorrebbe dalla propria mediocrità e, proprio per questo, ozioso e pigro, come appunto i giovani sfaccendati descritti nel film.

E, a proposito di modi di vivere, anche la locuzione dolce vita, è entrata nella lingua italiana, spesso associata a comportamenti licenziosi e corrotti, con il significato suggerito dall’omonimo film del 1959, nel quale il regista descrive la vita vuota e finta di una élite di personaggi che per sfuggire alla mancanza di scopi e di valori insegue una serie di forti emozioni.

Ma non tutti sanno che da questo film nasce anche la parola dolcevita. Molti dei personaggi, infatti, indossavano il caratteristico maglione a collo alto e aderente che può essere rovesciato. Così, nel linguaggio della moda, dolcevita (o dolce vita) è diventato il termine per indicare questo tipo di indumento.

Infine, un altro neologismo che con fortuna è uscito da questo film per entrare a far parte dei vocaboli della lingua italiana è il termine paparazzo. Originariamente era il nome di un personaggio de La dolce vita (interpretato da Walter Santesso) di professione fotografo scandalistico. Questo nome, che risuona risibile e spregevole nello stesso tempo e che non sappiamo se sia scaturito dalla fantasia di Fellini o semplicemente sia una distorsione di qualche voce preesistente, per antonomasia è entrato nella lingua italiana usato per lo più per designare un fotografo indiscreto e senza scrupoli, che si apposta furbescamente nella speranza di strappare a un vip qualche foto compromettente. Negli articoli di cronaca si ritrova di frequente. 


[Nella foto il cd-rom da me curato, in una traduzione in francese, in cui è contenuto questo stesso articolo. zop]

 

Postato da: zop a 13:27 | link | commenti (3) | (popup) commenti (3)

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