Evasioni

Quello che leggiamo, vediamo, ascoltiamo e che vorremo leggere, vedere, ascoltare... e se anche tu desideri farne parte basta scrivermi in privato.

Eccomi
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Nome: zoe

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Se riesci a scrivere le meraviglie del tuo paradiso nella materia del tuo cervello magari non trasporterai nella tua testa la loro realtà miracolosa, ma la loro forza, quella si.

-Metafisica dei tubi, Amelie Nothomb


Tutti ricreiamo il mondo come lo vediamo, lo guardiamo. -A.S. Byatt -



*QUI i miei libri*

Quando penso a tutti i libri che mi restan da leggere, ho la certezza di essere ancora felice. - Jules Renard -


Detesto l'interrogatorio da cuori solitari. Quindi non contattami. Se vi va leggete il mio blog se non vi va, lasciate pure perdere che avete tutto di guadagnato.
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lunedì, 27 marzo 2006

"Good night and good luck" (2005)

di George Clooney

 

 

 

Premetto che sono in fase di delirio da studio della lingua inglese. Il che mi porta a scegliere in maniera compulsiva film di tutti i generi da vedere rigorosamente in lingua originale. Dopo un’iniziale scorpacciata di film d’azione (facilissimi da capire: magari ci son tre parole per ogni scena e tutto il resto è stump, sdeng, brum brum e via onomatopeando) mi sono imposta un’inflessibile discesa agli inferi della comprensione linguistica e, per indorarmi la pillola, mi sono dedicata a tutta una serie di film che volevo tanto vedere al cinema  ma che poi “sì vabbè oggi si va a giocare a biliardo, ah stasera ci si ubriaca, mentre domani siamo a cena da pinco pallo” e intanto il film se n’era già caduto nel limbo dell’home video. Fine della premessa.

 

 

Giovedì,  Blockbuster, interno giorno.

 

Sono indecisa tra “Quel mostro di mia suocera”, “Missione tata” con Vin Diesel, “Elizabethtown”. Siamo ad alti livelli contenutistici, come si evince. Alla fine scelgo...scelgo… “Good night and good luck”. Ottima tecnica di autodepistaggio, non trovate? Faccio finta di concentrarmi sul filmetti leggeri e poi SDENG!  mi approprio della storia che non ti aspetti. In effetti, non me l’aspettavo.

 

 

Giovedì, casa di Noe, interno notte, buio in camera e abbondanza di cuscini sul letto. Sapore di un caffè forte ancora sulla lingua.

 

 

Dico, non me l’aspettavo un jazz che illumina il bianco e nero lungo tutto il film. Non mi aspettavo facce intense e interessanti come quella del mostruoso David Strathairn, per me un emerito sconosciuto che ora non dimenticherò facilmente: il suo modo di guardare le telecamere e dirci dentro la verità, il suo modo di tenere la sigaretta e quelle parole good night e good luck, che escono fuori dalla sua bocca così nette. Detto così, che è la storia di una tv diversa, di tanti troppi anni fa, di un giornalismo fatto in una stanza piena di fumo e idee e voglia di capire e dire le cose come stanno, detto così può risultare ostica, quest’opera di Clooney regista. Ma davanti all’odore di stanchezza e fumo, di camicie bianche e caffè, di luce e ombra e voci concitate contro il silenzio dello studio di registrazione non si può che avvicinarsi ancora un passo verso questo film. Storia vera del giornalista Edward Murrow e dei suoi colleghi, impegnati nel tentativo di fare chiarezza sul maccartismo. Ricoperta del fascino di uomini di un altro tempo, con un Clooney che non mi aspettavo così poco protagonista e soprattutto così bravo dietro la macchina da presa. E poi la musica che si vede, negli inserti d’immagine di una splendida Dianne Reeves che ammorbidisce il parlar fitto e adrenalinico dentro gli studi della Cbs. E storie di uomini che fanno storia, seppur piccola e magari dimenticata, che si intrecciano e si scontrano, si fanno strada e riconfluiscono lì, tra la sala riunioni, la macchina da scrivere di Murrow, il bar all’angolo. Ancora fumo, ancora bianco e nero e voci che si sovrappongono e ridono e silenzi pochi e luce di jazz e ancora ancora, good night and good luck.

 

PER I CINEGOLOSI: amo i dettagli…Clooney che con una penna da un colpetto sulla gamba si Murrow/Strathairn ogni volta che sta per partire la trasmissione è delizioso…(per non dire altro).

 

 

POST O.S.T.: Dianne Reeves, “Tv is the thing this year”

 

Postato da: Noeyalin a 15:47 | link | commenti (13) | (popup) commenti (13)

Categoria: home video


martedì, 21 marzo 2006
Cosmopolis, di Don DeLillo

Eric Packer è un giovane miliardario che una mattina di aprile dell'anno 2000, dopo una notte insonne passata ad elucubrare sulla sua vita, parte da Manhattan per andare a farsi fare un taglio di capelli a Hell's Kitchen (e perché proprio a Hell's Kitchen il lettore lo scoprirà più avanti). Con la sua limousine bianca ed enorme, supertecnologica ed accessoriata, decide di attraversare l'intera città, circondato dalle sue guardie del corpo, in una giornata che si rivelerà decisiva. E Cosmopolis quindi è una sorta di Ulisse: una giornata intera di Eric Packer, fra i vari personaggi che compongono la sua vita, o che vivono solo nel ricordo, ed incontri occasionali, alla ricerca non solo di un taglio di capelli (o della notizia del ribasso dello yen, su cui Erica ha speculato fortemente, al punto da mettere in crisi la sua intera fortuna) ma del senso profondo ed intimo della sua esistenza.

Don DeLillo anche in questo recente libro (del 2003) riesce a dipingere attraverso alcune situazioni iperreali e a volte grottesche il mondo contemporaneo, come pochi altri. Le avventure e gli incontri di Eric, fra le sue amanti, la sua giovane moglie, poetessa ed ereditiera con cui non riesce a fare l'amore, fra anarchici che protestano per New York, i suoi collaboratori, che costituiscono una variegata comunità che di volta in volta abita la sua automobile, e tutta una serie di personaggi che entrano ed escono come fantasmi, ognuno portando con sé qualche verità da scoprire, delineano un quadro che nella sua complessità rappresenta la società ipertecnologica, consumistica, dominata dai rifiuti in cui viviamo, o potremo vivere. Eric è appunto una sorta di Ulisse che viaggia in un insieme di paure e di sicurezze allo stesso tempo, che si interroga su tutto, soprattutto sulla natura della cultura, in cui i dati e le informazioni sono centrali, in cui si ripone la fiducia di trovare i significati che cerchiamo, e che invece sono tutti intorno a noi, nelle piccole cose, a cui bisogna dare un nome, per far sì che le parole abbiano un senso, e risolvere i nostri dubbi. Trovati tutti i pezzi, allora possiamo seguire le tracce fino al nostro destino.

Davvero un bel libro, in cui c'è tutto DeLillo: l'interrogarsi continuo sul senso dei nomi e delle parole, come se dalla semantica venisse il senso del mondo, e forse è così; elementi tipici del suo immaginario, come i grattacieli (non viene detto esplicitamente, ma secondo me il superattico di Eric è in cima alle Torri Gemelle, e così la scelta dell'aprile del 2000 come momento della storia acquisisce un significato più profondo, tutto da decifrare) o gli aerei da guerra, l'arte e l'architettura come prodotti di consumo, e come specchio della realtà. Il tutto con una prosa ricca da un punto di vista lessicale e stilistico, in cui ogni parola è pesata e misurata al di là di un puro senso estetico ma per i significati che ogni idea e oggetto portano con sé.

Postato da: PhilipDick a 10:40 | link | commenti | (popup) commenti

Categoria: romanzi


martedì, 14 marzo 2006
"Più si va avanti negli anni, meno ci si sente in imbarazzo a chiedere i favori."

IL_CASTELLO_-10
















Il castello errante di Howl

Postato da: andrea66 a 07:49 | link | commenti (2) | (popup) commenti (2)

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