"Good night and good luck" (2005)
di George Clooney
Premetto che sono in fase di delirio da studio della lingua inglese. Il che mi porta a scegliere in maniera compulsiva film di tutti i generi da vedere rigorosamente in lingua originale. Dopo un’iniziale scorpacciata di film d’azione (facilissimi da capire: magari ci son tre parole per ogni scena e tutto il resto è stump, sdeng, brum brum e via onomatopeando) mi sono imposta un’inflessibile discesa agli inferi della comprensione linguistica e, per indorarmi la pillola, mi sono dedicata a tutta una serie di film che volevo tanto vedere al cinema ma che poi “sì vabbè oggi si va a giocare a biliardo, ah stasera ci si ubriaca, mentre domani siamo a cena da pinco pallo” e intanto il film se n’era già caduto nel limbo dell’home video. Fine della premessa.
Giovedì, Blockbuster, interno giorno.
Sono indecisa tra “Quel mostro di mia suocera”, “Missione tata” con Vin Diesel, “Elizabethtown”. Siamo ad alti livelli contenutistici, come si evince. Alla fine scelgo...scelgo… “Good night and good luck”. Ottima tecnica di autodepistaggio, non trovate? Faccio finta di concentrarmi sul filmetti leggeri e poi SDENG! mi approprio della storia che non ti aspetti. In effetti, non me l’aspettavo.
Giovedì, casa di Noe, interno notte, buio in camera e abbondanza di cuscini sul letto. Sapore di un caffè forte ancora sulla lingua.
Dico, non me l’aspettavo un jazz che illumina il bianco e nero lungo tutto il film. Non mi aspettavo facce intense e interessanti come quella del mostruoso David Strathairn, per me un emerito sconosciuto che ora non dimenticherò facilmente: il suo modo di guardare le telecamere e dirci dentro la verità, il suo modo di tenere la sigaretta e quelle parole good night e good luck, che escono fuori dalla sua bocca così nette. Detto così, che è la storia di una tv diversa, di tanti troppi anni fa, di un giornalismo fatto in una stanza piena di fumo e idee e voglia di capire e dire le cose come stanno, detto così può risultare ostica, quest’opera di Clooney regista. Ma davanti all’odore di stanchezza e fumo, di camicie bianche e caffè, di luce e ombra e voci concitate contro il silenzio dello studio di registrazione non si può che avvicinarsi ancora un passo verso questo film. Storia vera del giornalista Edward Murrow e dei suoi colleghi, impegnati nel tentativo di fare chiarezza sul maccartismo. Ricoperta del fascino di uomini di un altro tempo, con un Clooney che non mi aspettavo così poco protagonista e soprattutto così bravo dietro la macchina da presa. E poi la musica che si vede, negli inserti d’immagine di una splendida Dianne Reeves che ammorbidisce il parlar fitto e adrenalinico dentro gli studi della Cbs. E storie di uomini che fanno storia, seppur piccola e magari dimenticata, che si intrecciano e si scontrano, si fanno strada e riconfluiscono lì, tra la sala riunioni, la macchina da scrivere di Murrow, il bar all’angolo. Ancora fumo, ancora bianco e nero e voci che si sovrappongono e ridono e silenzi pochi e luce di jazz e ancora ancora, good night and good luck.
PER I CINEGOLOSI: amo i dettagli…Clooney che con una penna da un colpetto sulla gamba si Murrow/Strathairn ogni volta che sta per partire la trasmissione è delizioso…(per non dire altro).
POST O.S.T.: Dianne Reeves, “Tv is the thing this year”





