Solo ieri invocavamo, per il Concorso, film che smuovessero le intelligenze, le emozioni, gli animi e che non fossero rigorosi artifici senza anima. Oggi siamo stati immediatamente esauditi con il film francese Rois et Reine di Arnaud Desplechin. Sì, un film francese. È di un autore (in questo caso il termine è piuttosto azzeccato) che in Italia non è conosciuto, tranne per quella stretta cerchia di critici cannensi (in patria ha una considerazione contrastata ma viva e i suoi film sono spesso presenti al Festival di Cannes) e quei pochi fortunati che hanno frequentato l’ultima edizione della Mostra Internazionale del cinema nuovo di Pesaro, che gli ha dedicato (per mano di Spagnoletti) una mini retrospettiva. Impariamo, oggi, a conoscere quindi un nuovo regista che viene al Lido con mani d’oro piene di cinema e di vita. Rois et Reine ha già la poesia nel titolo: «I Re e una regina». Ma non si creda che questo sia un film «poetico» di struggenti lasciti d’amore e morte. E anche questo. Ma di più: è crudele (nel senso artaudiano di dire la verità fino in fondo), brutale e radicale. Racconta la vita di una donna («la regina») e quattro uomini 1«i suoi ie»). Nora (Emanuelle Devos, attrice devota a questo regista) apre il film raccontando la sua storia sulle note orchestrate di Moon river. E la chiude dicendo: «Ho amato quattro uomini, ne ho uccisi due. Gli altri due sono qui, li vedo avanzare verso di me e io sono felice». I quattro uomini che ha amato e «ucciso» sono il padre (scrittore a Grenoble, malato terminale cui lei anticipa la morte), l’amante padre del bambino (poeta, morto con una pallottola al cuore mentre lei era incinta), il piccolo figlio di dieci anni (dal cuore segreto e abbandonato alle cure del nonno), e l’ex marito (violinista pazzo, mentore stralunato, arco teso...). Su questo quintetto s’apre una storia intrecciata tra Grenoble e Parigi ai nostri giorni. 150 minuti in cui s’alternano invenzioni e situazioni, timbri e accordi.
Desplechin ha il dono del cinema. È questa la differenza, per ora, tra lui e gli altri. Perché qui, al Lido, di cinema si parla (cioè di film che ci riguardano anche quando non ci appartengono). Un insieme incredibile di combinazioni che fanno di una scena un pezzo di vita. Come quando l’ex marito della Devos (Mathieu Amalric), matto come un cavallo, uscendo dalla clinica psichiatrica con le valige leggere in mano e la gioia per cappello urla a una giovane degente dai polsi tagliati e di lui innamorata: «Ti chiamerò ogni giorno e ti racconterò le cose vere che accadono fuori». Ecco, basta questo (che è poco e tantissimo). Ma molto di più di chi perseguendo il rigore raggiunge il rigor mortis.
Arnaud Desplichin ha una filmografia importante e da noi sconosciuta. Nasce professionalmente negli anni Novanta con un gruppo di amici, tra cui Amalric, Ferrant, Lvovsky. Esordisce, però, al servizio di Eric Rochant, per il quale filma la fotografia di Comme les doigt de la main. Ha negli occhi tanto Truffaut, Rohmer e Godard (i cui echi nouvelle vague arrivano infranti su questo film) e nel cuore Scorsese, Coppola, De Palma, Pasolini e Fellini. Ma attenzione a non tirare la facile equivalenza regista francese uguale cinefilia. Desplechin racconta le emozioni e la vita, la poesia e il destino con lirismo e crudeltà. Omaggia gli avi (nel film c’è Maurice Garrel, padre del regista Philippe, e Catherine Deneuve), strizza l’occhiolino ai classici (il personaggio della Devos sembra una Mamie francese) e aggiorna il cinema alla sua radicale necessità di emozionare l’intelletto e renderci partecipi.
Dario Zonta da l’Unità, 5 settembre 2004
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