"I Heart Huckabees" (2004)
di David O. Russell
Capita che una sera che fa freddo freddo, la prospettiva di una “serata dvd” risulti molto allettante. Gironzoli tra gli scaffali del Blockbuster passando svogliatamente in rassegna titoli stranoti e finisci per farti incuriosire da una trama che – sulla carta, o meglio sul retro del dvd in questo caso - fa molto commedia brillante. L’ideale per rilassarsi sotto il plaid. Il titolo del film non ti fa accendere nessuna lampadina in testa. Credo che “I heart Huckabees” sia passato sostanzialmente sotto silenzio, al cinema. Ma magari sono io che mi sono distratta.
E con questo film c’è poco da distrarsi. In effetti è il classico caso in cui prevedi di farti qualche sana risata e finisci a ridere giusto a denti stretti. Tocca stare con gli occhi incollati allo schermo per prendere il ritmo di questo nonsense costante, in cui invece tutti i protagonisti cercano disperatamente un significato. A partire da Albert Markovski (Jason Schwartzman, classe 1980 e già così bravo), il protagonista che si rivolge a due improbabili quanto pedissequi detective esistenziali per scoprire il motivo di una coincidenza: perché per due volte ha incontrato casualmente lo stesso giovane nero altissimo? Angosciato dalla ricerca di un nesso logico tra questo minimale evento e la propria vita, Albert accetta di farsi pedinare dai coniugi Jaffe (Dustin Hoffman e Lily Tomlin), che ne registrano e filmano la vita 24 ore su 24 per trovare la risposta che lo stranito protagonista cerca. Dunque, la coincidenza è il motore di un’azione che invece tende disperatamente a spiegare il tutto con il tutto. Non ci si meraviglia del senso claustrofobico che il regista riesce a farci provare quando Albert si fa chiudere in un sacco in stile morgue per fare il vuoto intorno a sé. Ne viene fuori una visione prima buia, poi onirica di un Albert oppresso dal lavoro e soprattutto dal collega che lo spodesta abilmente alla direzione della società da lui fondata. Bello, bravo, brillante e di successo, Brad Stan , alias Jude Law, è l’ideale prosecuzione di quell’Alfie cinico ed elegante da lui interpretato in un altro film. Le indagini dei Jaffe iniziano a coinvolgere tutti i personaggi che ruotano attorno ad Albert: tutti cercano risposte, nessuno le ottiene. Anzi, tutti sembrano impazzire ad una velocità spaventosa, schiantati dentro ragionamenti autistici, dissezionati nei mille tasselli d’immagine che il montaggio godibilissimo fa roteare per aria, scomponendo e ricomponendo facce a caso, come a confermare la teoria che ai Jaffe sta tanto a cuore: che tutto è connesso con tutto e quindi passibile d’armonia cosmica. Si va in mille pezzi in un delirio che ha fondamenta solide in citazioni platoniche, del sé reale e ideale. Così Albert si ribella alla terapia dei detective – che sin troppo si impegnano nel film a ribadire che non si tratta di terapia, per credere che sia vero – e va in giro con il suo alter ego Tommy (Mark Wahlberg, che qui si riscatta nettamente da certi ruoli da classico bisteccone americano), un uomo in carne ed ossa, pompiere, che “da quel giorno di settembre” non è stato più lo stesso, lotta contro il petrolio che inquina, va a domare gli incendi in bicicletta e segue le lezioni esistenziali della versione cattiva dei Jaffe, Caterine Vauban. Così Brad perderà il successo e strillerà come un ossesso perché non vuole che nessuno sappia che ha pianto, per finire insultato dalla sua amata Shania Twain, conoscenza della quale si vanta in maniera ossessiva. A questo punto, alla connessione e all’armonia non ci crede più neanche lo spettatore. Il mondo è crudeltà e divisione: la visione di Caterine Vauban (Isabelle Huppert) prende il sopravvento. Così Albert si ritrova in mano due filosofie esistenziali e nessuna vera risposta. Per fortuna, dopo la dicotomia si può abbozzare una sintesi. Un general generico impianto di pensieri che certo non serve a spiegare le coincidenze. Magari a trovare il vero alter ego, senza abbandonare quello vecchio e un po’ stralunato. Non ad affrontare la fatica di volerne sapere di più, di non smettere di chiedersi l’assurdo How am I not myself? Come non essere me stesso? dove di spargimenti e scambi di personalità ce ne sono stati tanti, dentro la trama, ma ne resta solo il fulminante finale.
Albert ed il suo alter ego seduti su una roccia programmano l’ennesima dimostrazione ecologista.
Tommy: Che fai domani?
Albert: Pensavo di incatenarmi ad un bulldozer. Vuoi venire?
Tommy: a che ora?
Albert: Mmm..una, una e un quarto
Tommy: Va bene. Per le catene…devo portare le mie?
Albert: Come sempre.
PER I CINEGOLOSI: Nell’intricato e rutilante incastro d’immagini e fulminanti dialoghi messo in piedi dal regista David O. Russell, dovete solo entrare nella illogica logica del racconto.
Se capirete il gioco, noterete subito che la bombetta nello studio del signor Jaffe, almeno quella, un senso ce l’ha.
POST O.S.T.: Paul Anka, “Rock Swings”
Postato da: Noeyalin a 11:13 | link | commenti (17) | (popup) commenti (17)





