Racconti di mare
Il dono di sangue del sale perduto di Alistair MacLeod (2003)
L'efficacia di un racconto si misura molto spesso con l'immagine forte che rimane una volta che abbiamo richiuso il libro, o cominciato a leggere il racconto successivo mentre quello appena terminato ancora aleggia.
Allora ci fermiamo un momento, ed è lì che si fissa l'immagine che sempre legheremo a quel racconto.
Ecco, la raccolta dello scrittore canadese con origini scozzesi Alistair MacLeod, con poesia e passione ritrae la vita di un'umanità semplice e umile: quella di pescatori, guardiani del faro, minatori e contadini che abitano la remota terra della Nova Scotia, Cape Breton e la selvaggia isola di Terranova.
Gente abituata a un'esistenza dura, scandita da ritmi immutabili in luoghi solitari e aspri, delimitati da orizzonti sconfinati e battuti da un vento gelido e da un mare ostile.
In queste terre si parla ancora il gaelico e sopravvivono antiche leggende - come quella narrata nel racconto "Il dono di sangue del sale perduto", in cui una ragazza con un semplice rituale può evocare l'unico e vero amore - tradizioni celtiche, riti tramandati di padre in figlio per generazioni. Attraverso una scrittura viva, di grande fascino e intensità, essenziale e insieme lirica, MacLeod ci parla di uomini che sembrano esiliati dalla storia; descrive esistenze che hanno il sapore del fango e dell'acqua salata e non hanno mai conosciuto le abbaglianti luci metropolitane; ci fa dimenticare, con il richiamo irresistibile delle loro parole e dei loro silenzi, l'ansia di successo e di denaro del mondo contemporaneo.
Il libro è intriso di molte immagini forti che si rincorrono attraverso le pagine, dove il gusto per le ripetizioni, fissa indelebile il freddo profilo della terraferma di fronte all'isola di Cape Breton, con le scogliere battute dal mare in tempesta; le grigie movenze delle fredde acque del San Lorenzo che si uniscono ai ghiacci dell'Artide o ancora i grigi e obliqui piovaschi che imperversano dal mare.
Immagini che ci fanno partecipi di un mondo fisico, di una natura durissima nella lunga stagione invernale, descritte però in modo assolutamente lontano dalla vuota contemplazione.
MacLeod, nel raccontare la natura come presenza costante a fianco delle vite che accoglie, impone temi intrisi di struggente umanità:
il profilo di un pescatore scozzese che osserva il gelido inverno dietro ad una finestra, in attesa delle giornate di pesca (La barca)
la lotta di un ragazzo per sopravvivere, insieme al suo cane, all'abbraccio mortale dei ghiacci (Un cane in inverno, e i cani sono presenza silenziosa a volte amica, a volte inquietante in molti racconti)
le speranze di un undicenne mentre sotto il caldo sole estivo raccoglie il fieno con il padre (La seconda primavera)
il disperato legame di una donna per la propria isola, guardiana del faro e del ricordo di un amore (L'isola).
Tutto questo viene raccontato mantenendo una struttura narrativa semplice, abbandonata molte volte a descrizioni che denotano un gusto per il particolare, oltre che per l'ampio respiro del paesaggio naturale, per poi passare ad un linguaggio più diretto che diventa essenziale e rapido nei dialoghi, utilizzando quasi sempre la prima persona.
Questa scelta stilistica più ci coinvolge, più ci fa scoprire la vita delle comunità scozzesi e irlandesi delle Maritimes, rivelando il legame di un popolo con la propria terra, le proprie origini e la propria cultura.
MacLeod, narrando di genti che sentono più vicina la lontana terra europea piuttosto che la terraferma canadese e di comunità impegnate a far sopravvivere le tradizioni attraverso l'uso della lingua come tra i minatori di Sipario sull'estate, ci trasmette il proprio legame con i luoghi richiamandoci all’ascolto di un semplice canto gaelico a svelare un mondo:
Pure tu durerai amore mio/Come lo scoglio sotto il mare/Tanto a lungo quanto le onde/ Che gli battono contro per sempre.




