
NOW PLAYING: Lali Puna, "Scary world theory"
Rivedere le conseguenze dell’amore è come capire di aver imparato ad amare il sapore del vino o del cioccolato, quello amaro. Quello vero, insomma.
La prima volta che vidi “Le conseguenze dell’amore” mi parve un’allucinazione, una bella storia, con una bella estetica. Mi apparve come una storia con troppe poche parole, una trama afona.
Ricominciai da lì a sentirla: per capire la lingua che questo film parlava, ne ho ascoltato la musica. Era la costruzione alacre, ritmata, intensa di una trama piena. La lavoravo anche io, quella trama sonora slegata dallo schermo, perché ci ho costruito tele di alcuni giorni ormai passati, ma importanti e operosi. Nodo per nodo ho slegato quelle note da quelle immagini di un’illuminazione troppo perfetta, svizzera, così reale da sembrare un quadro di Hopper, a volte.
Come molte musiche, che non ti sembra d’imparare o ricordare, anche questa colonna sonora mi è rimasta appiccicata in qualche parte della mente, a sprazzi, a cubi, a puzzle che si ricompongono quando li chiami a memoria, o anche quando non te lo aspetti. Le ho imparate, queste musiche, come una poesia, che le parole ti rivengon fuori da sole tanti anni dopo e ti pare un miracolo.
Così, dopo tanto, mi rimetto davanti alle immagini. E insieme mi riviene da sola ogni nota, come impalcatura portante di scena che segue scena. E’ come se possedessi oggi una chiave che, al primo incontro con questo film, non avevo. Decantate per mesi, oggi le parole di Titta Di Girolamo sono le quinte d’un palcoscenico carico di sorprese, di battute il cui singolo suono è prezioso come pietra unica al mondo. La sua logica oggi mi è chiara, capisco il suo gioco, le sue carte, la sua insonnia, il suo coraggio nell’essere l’uomo più immutabile che io abbia mai visto. Il suo microcosmo mi rapisce, la sua voce m’innamora: è come quando sto di fronte al palcoscenico, e c’è sempre uno, tra gli attori, di cui irrimediabilmente m’innamoro. Che io sappia, poi, qual è il destino di quest’uomo inutile al mondo, lento alla vita, ma tutt’altro che muto, ha senso solo fino ad un certo punto. Lo guardo seguire la sua abitudine, le sue ossessioni, le sue impervie svolte, sbavate fuori dei suoi completi perfetti, la sua recita del silenzio. Osservo il lavorìo senza tregua dei suoi giorni e sento il sapore del cioccolato amaro, sulla lingua. Ha il sapore delle conseguenze dell’amore.
"Good night and good luck" (2005)
di George Clooney

Premetto che sono in fase di delirio da studio della lingua inglese. Il che mi porta a scegliere in maniera compulsiva film di tutti i generi da vedere rigorosamente in lingua originale. Dopo un’iniziale scorpacciata di film d’azione (facilissimi da capire: magari ci son tre parole per ogni scena e tutto il resto è stump, sdeng, brum brum e via onomatopeando) mi sono imposta un’inflessibile discesa agli inferi della comprensione linguistica e, per indorarmi la pillola, mi sono dedicata a tutta una serie di film che volevo tanto vedere al cinema ma che poi “sì vabbè oggi si va a giocare a biliardo, ah stasera ci si ubriaca, mentre domani siamo a cena da pinco pallo” e intanto il film se n’era già caduto nel limbo dell’home video. Fine della premessa.
Giovedì, Blockbuster, interno giorno.
Sono indecisa tra “Quel mostro di mia suocera”, “Missione tata” con Vin Diesel, “Elizabethtown”. Siamo ad alti livelli contenutistici, come si evince. Alla fine scelgo...scelgo… “Good night and good luck”. Ottima tecnica di autodepistaggio, non trovate? Faccio finta di concentrarmi sul filmetti leggeri e poi SDENG! mi approprio della storia che non ti aspetti. In effetti, non me l’aspettavo.
Giovedì, casa di Noe, interno notte, buio in camera e abbondanza di cuscini sul letto. Sapore di un caffè forte ancora sulla lingua.
Dico, non me l’aspettavo un jazz che illumina il bianco e nero lungo tutto il film. Non mi aspettavo facce intense e interessanti come quella del mostruoso David Strathairn, per me un emerito sconosciuto che ora non dimenticherò facilmente: il suo modo di guardare le telecamere e dirci dentro la verità, il suo modo di tenere la sigaretta e quelle parole good night e good luck, che escono fuori dalla sua bocca così nette. Detto così, che è la storia di una tv diversa, di tanti troppi anni fa, di un giornalismo fatto in una stanza piena di fumo e idee e voglia di capire e dire le cose come stanno, detto così può risultare ostica, quest’opera di Clooney regista. Ma davanti all’odore di stanchezza e fumo, di camicie bianche e caffè, di luce e ombra e voci concitate contro il silenzio dello studio di registrazione non si può che avvicinarsi ancora un passo verso questo film. Storia vera del giornalista Edward Murrow e dei suoi colleghi, impegnati nel tentativo di fare chiarezza sul maccartismo. Ricoperta del fascino di uomini di un altro tempo, con un Clooney che non mi aspettavo così poco protagonista e soprattutto così bravo dietro la macchina da presa. E poi la musica che si vede, negli inserti d’immagine di una splendida Dianne Reeves che ammorbidisce il parlar fitto e adrenalinico dentro gli studi della Cbs. E storie di uomini che fanno storia, seppur piccola e magari dimenticata, che si intrecciano e si scontrano, si fanno strada e riconfluiscono lì, tra la sala riunioni, la macchina da scrivere di Murrow, il bar all’angolo. Ancora fumo, ancora bianco e nero e voci che si sovrappongono e ridono e silenzi pochi e luce di jazz e ancora ancora, good night and good luck.
PER I CINEGOLOSI: amo i dettagli…Clooney che con una penna da un colpetto sulla gamba si Murrow/Strathairn ogni volta che sta per partire la trasmissione è delizioso…(per non dire altro).
POST O.S.T.: Dianne Reeves, “Tv is the thing this year”
"I Heart Huckabees" (2004)
di David O. Russell
Capita che una sera che fa freddo freddo, la prospettiva di una “serata dvd” risulti molto allettante. Gironzoli tra gli scaffali del Blockbuster passando svogliatamente in rassegna titoli stranoti e finisci per farti incuriosire da una trama che – sulla carta, o meglio sul retro del dvd in questo caso - fa molto commedia brillante. L’ideale per rilassarsi sotto il plaid. Il titolo del film non ti fa accendere nessuna lampadina in testa. Credo che “I heart Huckabees” sia passato sostanzialmente sotto silenzio, al cinema. Ma magari sono io che mi sono distratta.
E con questo film c’è poco da distrarsi. In effetti è il classico caso in cui prevedi di farti qualche sana risata e finisci a ridere giusto a denti stretti. Tocca stare con gli occhi incollati allo schermo per prendere il ritmo di questo nonsense costante, in cui invece tutti i protagonisti cercano disperatamente un significato. A partire da Albert Markovski (Jason Schwartzman, classe 1980 e già così bravo), il protagonista che si rivolge a due improbabili quanto pedissequi detective esistenziali per scoprire il motivo di una coincidenza: perché per due volte ha incontrato casualmente lo stesso giovane nero altissimo? Angosciato dalla ricerca di un nesso logico tra questo minimale evento e la propria vita, Albert accetta di farsi pedinare dai coniugi Jaffe (Dustin Hoffman e Lily Tomlin), che ne registrano e filmano la vita 24 ore su 24 per trovare la risposta che lo stranito protagonista cerca. Dunque, la coincidenza è il motore di un’azione che invece tende disperatamente a spiegare il tutto con il tutto. Non ci si meraviglia del senso claustrofobico che il regista riesce a farci provare quando Albert si fa chiudere in un sacco in stile morgue per fare il vuoto intorno a sé. Ne viene fuori una visione prima buia, poi onirica di un Albert oppresso dal lavoro e soprattutto dal collega che lo spodesta abilmente alla direzione della società da lui fondata. Bello, bravo, brillante e di successo, Brad Stan , alias Jude Law, è l’ideale prosecuzione di quell’Alfie cinico ed elegante da lui interpretato in un altro film. Le indagini dei Jaffe iniziano a coinvolgere tutti i personaggi che ruotano attorno ad Albert: tutti cercano risposte, nessuno le ottiene. Anzi, tutti sembrano impazzire ad una velocità spaventosa, schiantati dentro ragionamenti autistici, dissezionati nei mille tasselli d’immagine che il montaggio godibilissimo fa roteare per aria, scomponendo e ricomponendo facce a caso, come a confermare la teoria che ai Jaffe sta tanto a cuore: che tutto è connesso con tutto e quindi passibile d’armonia cosmica. Si va in mille pezzi in un delirio che ha fondamenta solide in citazioni platoniche, del sé reale e ideale. Così Albert si ribella alla terapia dei detective – che sin troppo si impegnano nel film a ribadire che non si tratta di terapia, per credere che sia vero – e va in giro con il suo alter ego Tommy (Mark Wahlberg, che qui si riscatta nettamente da certi ruoli da classico bisteccone americano), un uomo in carne ed ossa, pompiere, che “da quel giorno di settembre” non è stato più lo stesso, lotta contro il petrolio che inquina, va a domare gli incendi in bicicletta e segue le lezioni esistenziali della versione cattiva dei Jaffe, Caterine Vauban. Così Brad perderà il successo e strillerà come un ossesso perché non vuole che nessuno sappia che ha pianto, per finire insultato dalla sua amata Shania Twain, conoscenza della quale si vanta in maniera ossessiva. A questo punto, alla connessione e all’armonia non ci crede più neanche lo spettatore. Il mondo è crudeltà e divisione: la visione di Caterine Vauban (Isabelle Huppert) prende il sopravvento. Così Albert si ritrova in mano due filosofie esistenziali e nessuna vera risposta. Per fortuna, dopo la dicotomia si può abbozzare una sintesi. Un general generico impianto di pensieri che certo non serve a spiegare le coincidenze. Magari a trovare il vero alter ego, senza abbandonare quello vecchio e un po’ stralunato. Non ad affrontare la fatica di volerne sapere di più, di non smettere di chiedersi l’assurdo How am I not myself? Come non essere me stesso? dove di spargimenti e scambi di personalità ce ne sono stati tanti, dentro la trama, ma ne resta solo il fulminante finale.
Albert ed il suo alter ego seduti su una roccia programmano l’ennesima dimostrazione ecologista.
Tommy: Che fai domani?
Albert: Pensavo di incatenarmi ad un bulldozer. Vuoi venire?
Tommy: a che ora?
Albert: Mmm..una, una e un quarto
Tommy: Va bene. Per le catene…devo portare le mie?
Albert: Come sempre.
PER I CINEGOLOSI: Nell’intricato e rutilante incastro d’immagini e fulminanti dialoghi messo in piedi dal regista David O. Russell, dovete solo entrare nella illogica logica del racconto.
Se capirete il gioco, noterete subito che la bombetta nello studio del signor Jaffe, almeno quella, un senso ce l’ha.
POST O.S.T.: Paul Anka, “Rock Swings”
Confidenze Troppo Intime
Bello… bellissimo film di Leconte con
la formidabile Sandrine Bonnaire ed un grande Fabrice Luchini che non conoscevo.
Amo i film francesi… hanno sempre quell’aria triste e romantica che mi piace… e spesso riescono ad esprimere sentimenti profondi e lo fanno con garbo, delicatezza ed eleganza.
Confidenze Troppo Intime è così ed anche di più…. La trama credo sia piuttosto nota: per un equivoco Lei sbaglia porta e pensando di essere di fronte ad uno psichiatra inizia a parlargli di se...
La grandezza del film è che una volta chiarito il disguido gli incontri continuano: il bisogno di Lei di parlare e quello di Lui di ascoltarLa rivelano il bisogno primario di ogni uomo di incontrare la sua anima affine e dare un senso alla propria vita anche affettiva.
Nel film lei parla a raffica, lui pochissimo ma con una gestualità ed una mimica tale da renderlo irresistibile…. Veramente una storia d’amore bella e delicata…
Bowling a Columbine (Michael Moore)
(già pubblicato QUI)
Non amo i documentari… in più c’è stato un periodo in cui non si faceva che parlare di Michael Moore… così fino ad ora non ho visto né letto nulla di suo. Poi ad un certo punto, recentemente, mi è venuta la fissa e l'ho guardato la settimana scorsa.
Cosa posso dire? Bello per quanto sia un aggettivo idiota in un film di denuncia. E’ come dire "Bello" a “La Passione di Cristo”… massacrano un uomo per 2 ore … e “bello” direi che un pò stona.
Il tema del film è l’alto tasso di omicidi da arma da fuoco in America (il più alto del mondo!) ed il mio "bello" in questo caso significa semplicemente: vedetelo, è fatto bene, è semplice e lineare nell’esposizione, è chiaro, credo anche preciso negli eventi, nuovo per tantissime informazioni che non tutti (io almeno) conoscono… insomma…. BELLO!
Molto interessante è poi scoprire (nelle interviste nella sezione bonus del DVD) che il percorso espresso nel film è stato lo stesso del regista che, mano a mano che proseguiva la sua inchiesta, scopriva e via via modificava le sue conclusioni in merito…
DA VEDERE !